- Dettagli
- Visite: 22
Non vi racconto di una gara, che pure ha avuto luogo, ma proverò a raccontarvi di una esperienza che, con il banale ma efficace trucco della gara, ha creato un bel momento di scambio nel quale tutti i diversi protagonisti, abili in modo diverso, si sono reciprocamente donati il loro meglio.
Per me tutto ha inizio dall’incontro con Carlo, promettente runner impegnato nel sociale, ad un evento di crowfunding che, per il tramite della Onlus SOD Italia (Associazione Italiana Displasia Setto Ottica E Ipoplasia del nervo ottico), aveva l'obiettivo di regalare a degli amici disabili l’adrenalina della partecipazione ad una manifestazione sportiva agonistica.
Carlo mi strappa, senza molta fatica a dir la verità, la promessa di far parte di uno dei team.
La raccolta sarà un successo ed in breve mi ritrovo quindi a far parte di uno degli equipaggi che andranno in Francia per partecipare ad una competizione internazionale di joelette.
La joelette è una carrozzina speciale progettata soprattutto con l’intento di agevolare il coinvolgimento di disabili non deambulanti in situazioni nelle quali sarebbe davvero complicato condurli con gli ausili di trasporto più convenzionali.
In questo senso, scegliere una manifestazione sportiva è la naturale conseguenza per concretizzare fattivamente il desiderio di rendere inclusiva una partecipazione.
Nelle manifestazioni sportive dedicate alle joelette tre atleti (+1 per il cambio) compongono il team che funge da “gruppo propulsore” spingendo/tirando la carrozzina lungo il percorso di gara, spesso tutt’altro che agevole.
Siamo dunque in estate, la gara internazionale è fissata per fine settembre e richiede ai cosiddetti “alfieri”, i runner che spingeranno la joelette, una seria preparazione.
Gli appuntamenti di avvicinamento sono occasione di allenamento, vi assicuro davvero impegnativo (provate ad accompagnare la corsa con il movimento di una sola, o anche nessuna, delle braccia .. è quel che accade tirando o spingendo la joelette), ma principalmente di incontro per trovare l’intesa nel team e, soprattutto, con i concorrenti diversamente abili ed i loro familiari che, non senza inevitabili difficoltà, partecipano all’impegno con una serenità che contagia.
Mi rendo conto man mano che la corsa mi sta offrendo una nuova suggestione, gratificante ben oltre la dimensione personale, tipica di questa pratica sportiva: è un entusiasmo “circolare”, che attraversa tutti coloro che sono coinvolti, gli atleti, i concorrenti, i familiari ed i sostenitori, entusiasmo che ciascuno riceve e restituisce, in un virtuoso scambio che realizza il contesto inclusivo, vero obiettivo di iniziative di questo genere, e che dona vigore all’idea che nessun ostacolo è insormontabile.
Nell’immancabile chat transita una citazione quanto mai significativa “Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto”: niente di più vero.
La delegazione italiana è nutrita, portiamo in Francia 4 equipaggi “azzurri” (ps: un grazie alla FIDAL che ci ha fornito tutto il materiale tecnico) ed una foltissima rappresentanza di familiari ed amici, tutti attivi sostenitori della Onlus.