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La REGOLA della catena!

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Ho saltato la catena! No, non è possibile, non è da me. Ho davvero spiccato un salto sopra la catena anziché girarci attorno come faccio sempre. Chiunque attraversa via Ragusa durante le sue corse la conosce bene, sa esattamente a cosa mi riferisco. Se anche ora chiudesse per un attimo gli occhi, riconoscerebbe centimetro dopo centimetro gli ultimi tratti di ghiaia dello sterrato, le rade chiazze di terriccio che indicano l’avvicinarsi del fiume Dese, il fango di qualche pozzanghera qua e là. E subito dopo lei, la catena che attraversa da parte a parte la strada e obbliga a passare di lato, a sinistra, in quei cinquanta centimetri che separano il paletto dalla protezione verso il fiume. Di solito si arriva ancora pian pianino; sono stati percorsi sì e no due chilometri scarsi e, chi più chi meno, si sta ancora lottando per rompere il fiato, andare a regime, sciogliere i muscoli e mollare le rigidità articolari che ci rendono i movimenti poco fluidi. In un’unica parola: il riscaldamento. La REGOLA che mi sono dato è questa: finché ti scaldi non fare il mona,

non correre troppo, non saltare, non fare movimenti strani, non allungare il passo; guarda sempre avanti a te, dove metti i piedi, attento a non inciampare e a non distrarti. Lo faccio sempre. Non ho ricordo di una sola volta in cui abbia trasgredito alla REGOLA. Eppure oggi no! Ho appena saltato la catena. Ho puntato dritto al centro della strada, ho affrettato qualche passo, l’ho accorciato per caricare un po’ la spinta e poi … salto! Atterro dall’altra parte e ho subito un flash: cosa ho fatto! La REGOLA è chiara e semplice. Fin troppo banale per essere disattesa. Eppure è successo. Faccio subito un rapidissimo controllo, col cuore in gola, temendo il peggio. Piedi caviglie e ginocchia, anche e schiena, spalle collo e braccia. Sembra tutto ok. Sono stato fortunato. Mi è andata bene. Ma non succederà più!

Per fortuna sono in allegra compagnia: dopo poco archivio l’accaduto  e mi unisco ai miei compagni. Sì, perché oggi non è un’uscita come tutte le altre. Oggi c’è il Test di Conconi. Il famigerato Test che da solo è in grado di dirti se sei in forma e, soprattutto, quanto lo sei. Se alla prossima gara potrai ambire a raggiungere il tuo obiettivo oppure tanto vale mettersela via e riprovarci fra qualche mese.

Oggi siamo parecchi, qualche neofita e diversi habitué. Ognuno con le sue aspettative; tutti carichi delle migliori intenzioni e determinati a far bene. Dopo tutto è pur sempre un test e ci teniamo un po’ tutti a farlo come si deve, ad avere un riscontro tangibile a tutte le difficoltà climatiche che abbiamo affrontato nell’ultimo periodo invernale per assecondare la nostra comune passione sportiva.

Lo ricordo bene ancora adesso quando, solamente venti giorni fa, chiesi ad Abramo di organizzare un nuovo test: avevo appena ricominciato a correre dopo uno stop forzato di tre settimane a Dicembre, l’ennesimo. Niente di grave o non recuperabile ma sicuramente fastidioso e demoralizzante. Ricominciare dopo un prolungato periodo di pausa è difficile per tutti e io non faccio eccezione. Ricordo bene che avevo proprio necessità di una forte iniezione di fiducia ed ora che il momento è arrivato, sono convinto che fare oggi un buon test potrà solo che farmi bene. In tutti i sensi.

La prova si svolge come al solito in pista di atletica a Mogliano: tutti in fila indiana, si parte piano e un po’ alla volta si aumenta. Mano a mano che il ritmo si fa impegnativo nessuno ha più voglia di ridere e l’impegno è alto per tutti. I soliti due battistrada là davanti, Abramo e Loris, sembrano rilassati e potenzialmente inarrestabili. In realtà so bene che faticano anche loro: forse solamente un po’ meno di noi. Io voglio farlo bene, sono determinato e mi piazzo subito dietro di loro. Riesco ad estraniarmi da tutto il resto, perdo cognizione di quanti giri stiamo facendo, ogni tanto perdo anche l’appuntamento col cronometro, non sento i compagni che raggiungono il loro limite e si sfilano via via. Penso per un attimo che stiamo correndo da tanto, troppo tempo. E’ questione di un momento, appena un istante, ma tanto basta a fiaccare la mia volontà e a decidere che per oggi, per me, il test finisce qua.

Istintivamente guardo dietro di me per non intralciare i compagni che mi seguono, mentre mi allargo per fermarmi. Non c’è nessuno. Non me ne sono neppure accorto! Allora stiamo andando forte, allora forse stanno per completare il test anche Abramo e Loris. Sento nascere in me un nuovo stimolo, forte e irresistibile. Stavolta si tiene duro e non ci sono scuse. Recupero il distacco di qualche metro che già avevo subìto e tengo il passo. La situazione è paradossale: più il ritmo aumenta e più lo assecondo, più le falcate di chi mi precede prendono vigore e più il mio passo si fa potente ed efficace, le mie braccia spingono in avanti il mio tronco, le mie anche e i miei glutei slanciano le mie gambe avanti. Avverto tutto chiaramente, quasi fossi in trance. Quasi fossi in un momento di meditazione profonda, in cui avverti con chiarezza ed estrema consapevolezza ogni tuo arto, muscolo, tendine, organo. La fatica non c’è, funziona tutto in automatico. Mi ritrovo a sorridere di felicità in uno stato di autentica ebbrezza. Dopo poco il test termina, le due lepri decretano la fine dei giochi e io sono ancora là. Forse sarei crollato di lì a poco, o forse no. Ma questo importa davvero poco o nulla ormai. Dopo sei tentativi e quasi due anni dalla mia scoperta di questa fantastica passione, ho eseguito un test dall’inizio alla fine. Una prova che si è fatta nei mesi sempre più difficile, sia per le distanze coperte (quasi dieci giri di pista in circa 16 minuti) che per i ritmi raggiunti (oltre i 19km/h).Non c’è che dire, sono davvero soddisfatto del risultato ottenuto e soprattutto del modo in cui è stato raggiunto: dalla volontà alla successiva preparazione, dalla determinazione alla conseguente concentrazione.

Ciò che ho sentito in quegli interminabili ultimi quaranta secondi finali non me lo toglierà nessuno. Non so dire di cosa si sia trattato, forse è solo chimica, forse le famigerate endorfine, forse la dopamina o qualche altro stimolo nervoso di cui sono all’oscuro. A me piace pensare di aver provato

un’esperienza unica, di quelle che leggi nei libri, di quelle che invidi agli altri quando le senti raccontare e vorresti con tutto te stesso accadessero pure a te.

Mi sento fortunato. Non penso siano esperienze che ti spettino di diritto o si possano meritare per aver detto o fatto qualcosa. Penso piuttosto che siano nell'aria e accadano di tanto in tanto. L’unica cosa che possiamo fare è metterci nelle condizioni migliori per accoglierle, sentirle e lasciare che ci pervadano; senza volerle capire, razionalizzarle, catalogarle. Insomma, senza giudicarle.

Nel frattempo, mentre sto vivendo tutto questo e mille altre sensazioni che non riesco neppure a descrivere, attraverso nuovamente via Ragusa e mi ritrovo faccia a faccia con quella catena. La REGOLA! Non farlo. Non approfittarne. Allora te le vai proprio a cercare. Non faccio a tempo neppure a pensarci: sono nuovamente in aria con entrambi i piedi sospesi nel vuoto sopra di essa!

Dovevo capirlo che oggi era una giornata speciale e che quel gesto, per me inconsueto e inatteso, ne era solamente il segno. Sembra banale e forse sciocco ma ho la netta impressione che la Mano che mi ha fatto fare quel salto mezz’ora prima sia la stessa che mi ha sorretto e allo stesso tempo spinto in quella pista poco dopo.

Grazie!

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